venerdì 19 marzo 2010

Appaltopoli - Nella tana del TORO


C’è un «sistema gelatinoso» che, secondo il gip di Firenze Rosario Lupo, ha impregnato la macchina della Protezione Civile. Lo incarna un gruppo imprenditoriale finora sconosciuto. Un gruppo che si nutre di appalti di Stato, che è immune ai cambiamenti politici, e che allunga una larga rete di conoscenze a generali della finanza e a magistrati. E che magistrati: l’ormai ex procuratore aggiunto di Roma Achille Toro, indagato per fuga di notizie, favoreggiamento e corruzione, ma già leader della più numerosa corrente delle toghe, Unicost; l’uomo che aveva aperto nella capitale i fascicoli paralleli a Parma e Milano sui più grandi scandali degli ultimi anni, da Cirio alle scalate bancarie. Un contatto nevralgico nella procura che un tempo i maligni chiamavano «il porto delle nebbie».

«a disposizione»

Ma chi sono questi imprenditori dalle amicizie ramificate in ogni stanza del potere? Per capirlo bisogna seguire un filo che da Firenze scende a Catanzaro, a poco prima che la famigerata inchiesta Why Not venisse avocata a Luigi de Magistris e ne fosse allontanato il consulente Gioacchino Genchi, fino ad allora considerato il massimo esperto informatico delle Procure. A guidarci è una frase che ricorre spesso nell’ordinanza di Firenze: «A disposizione». E che risuona nella prima conversazione tra il funzionario chiave dell’inchiesta, Angelo Balducci, e l’imprenditore Valerio Carducci. «Domani come sei?», chiedeva Balducci. «A tua disposizione». Già. Ed è a questo punto che occorre portare indietro il calendario di tre anni.

Saladino, perché no?
De Magistris nella primavera 2007 cercò di verificare il racconto di una testimone, Caterina Merante, che aveva parlato della rete di strani rapporti che un leader della Compagnia delle Opere, Antonio Saladino, avrebbe creato intorno a sé, allungandosi fino a un misterioso comitato d’affari di San Marino. Chiese a Genchi di acquisire i tabulati dell’uomo. E gli affidò pure l’ascolto di centinaia di intercettazioni che i carabinieri di Lamezia Terme avevano registrato un anno prima, quando Saladino aveva denunciato di essere stato minacciato: gli avevano messo sotto controllo il cellulare, ma delle minacce nessuna traccia. In compenso erano emersi particolari importantissimi proprio su di lui: dentro alle intercettazioni c’era un mondo. Magistrati che andavano a pranzo con i loro indagati, avvocati stretti conoscenti dei giudici dei loro processi, rilevanti frequentazioni con Generali della Finanza e un viavai di rapporti che, incrociati coi tabulati, portava a Roma. Politici. Servizi segreti. E imprenditori. Proprio come l’indagato odierno di Firenze Valerio Carducci. Ma in autunno, mentre Genchi stava stilando la relazione su Carducci, l’incarico gli fu revocato. «Si parlava di appalti di Stato della Guardia di Finanza — sostiene oggi Genchi —: penso che sia stato per questo che l’indagine saltò». Tra le vecchie intercettazioni di Saladino con Carducci, ce n’era infatti una che il consulente considerava di rilievo. Perché oggi Carducci è sotto inchiesta per l’appalto dell’albergo alla Maddalena, ma lui è un costruttore poliedrico: caserme, questure e, dice Genchi, strutture coperte da segreto di Stato. Uno che vanta rapporti di lavoro ventennali con le Fiamme gialle.

«parlerò con Rino»

Nei primi mesi del 2006 Carducci chiese a Saladino come fare per «mettersi a disposizione» di «Mastellone» in previsione della vittoria elettorale del centrosinistra. Perché la frase è sempre quella: «A disposizione», del politico di turno. Ma forse, rispose l’altro, era meglio mettersi a disposizione di «Rutellone», perché tanto Saladino conosceva bene entrambi. Con Rutelli, avrebbe raccontato poi Genchi ai magistrati salernitani, Saladino conta va infatti numerosissime telefonate e in quattro agende diverse aveva segnato numeri di cellulari, di casa e ben nove riferimenti diretti di vari segretari e capi di gabinetto. «Ma l’aspetto più importante di quell’intercettazione — spiega Genchi — stava nel fatto che Carducci si disse preoccupatissimo per la “stupidaggine” che aveva fatto “un ragazzino” amico di Saladino. Sostenne perciò che ne avrebbe parlato con tale “rino”. E io cercai di capire a cosa si riferisse». Incrociò le intercettazioni coi tabulati di Carducci, che era stato indagato (e che poi sarà archiviato) e di cui Genchi aveva analizzato le memorie del telefono, trovando già allora i riferimenti di Fabio de Santis, il dirigente della Ferratella arrestato nell’inchiesta sulla Protezione Civile. E cerca, cerca, Genchi identificò «Rino» nel sostituto procuratore di Roma Settembrino Nebbioso, capo di gabinetto alla Giustizia di questo e di due precedenti governi Berlusconi. Uno che con Carducci vantava centinaia di chiamate. Ora anche il Ros ha potuto verificare la loro amicizia nell’inchiesta sulla Protezione Civile. Una telefonata poco dopo la mezzanotte del 28 maggio 2008: Nebbioso aveva chiamato De Santis che, tramite Carducci, aveva chiesto informazioni al magistrato in merito a un trasferimento d’ufficio. «Le farò sapere», aveva concluso Nebbioso prima di ripassargli al telefono l’imprenditore. Che ovviamente al rapporto con De Santis teneva, tanto che il successivo 26 giugno gli aveva assicurato di aver «ricordato la cosa a Rino», e che lo avrebbe visto a cena.

Quella Stupidaggine

Da una parte le frequentazioni con i funzionari che si occupano di appalti di Stato, dall’altra quelle con un magistrato. È il background di Carducci fin dai tempi di Why Not, dove appunto, oggetto della relazione, era invece la «stupidaggine». E che cos’era allora, quella «stupidaggine»? Genchi, per uno scherzo del destino, Why Not aveva incrociato le indagini sulle stragi del 1992, a cui Genchi aveva lavorato come vice del gruppo Falcone-Borsellino prima di abbandonare in rotta con chi dirigeva l’inchiesta. Racconta il consulente: «Un importante dirigente della compagnia delle Opere era stato intercettato all’aeroporto di Palermo mentre parlava con Vincenzo Paradiso, amministratore delegato di Sviluppo Italia Sicilia. Di Paradiso mi ero occupato per una chiamata arrivata sul suo numero da uno degli stragisti di via D’Amelio. Indagato e archiviato a Caltanissetta, era ancora seguito dalla procura nissena per le indagini sui mandanti occulti. All’aeroporto il discorso intercettato tra lui e il dirigente amico di Saladino riguardava probabilmente gli appalti della Guardia di Finanza. I magistrati di Caltanissetta avevano chiesto spiegazioni al “ragazzino”. E quello aveva fatto la “stupidaggine”, e cioè il nome di Carducci». C’era così un’indagine presumibilmente sugli appalti della finanza. Carducci si diceva certo che i magistrati prima o poi lo avrebbero convocato per la «stupidaggine». E voleva parlarne con Rino. Poi, a Roma, il «ragazzino» lo aveva incontrato.
Ma non solo. «Il giorno dell’incontro — continua Genchi — ci fu una successione di contatti telefonici in cui risultavano le chiamate e gli avvicinamenti di cella fra i cellulari di Carducci, Settembrino Nebbioso e del generale delle fiamme gialle Michele Adinolfi. Il che mi fece supporre che tra loro si fossero visti». Di certo, venti giorni dopo la preoccupatissima chiamata a Saladino, il 16 marzo 2006, Carducci gliene aveva fatta un’altra: «Senti, no ti volevo… per quanto riguarda quella stupidaggine di quel ragazzino… tutto bene eh?!». Chi gli avesse spiegato che tutto era andato a posto resterà un mistero, perché a Genchi giunse la revoca dell’incarico. «Mi risulta però — racconta oggi — che il pm di
Caltanissetta inviò l’indagine a Roma per competenza e che la Dia nissena stia attendendo da anni l’acquisizione dei tabulati e il via libera alle altre indagini che aveva sollecitato per ciò che era emerso nel discorso tra Paradiso e il dirigente della Compagnia delle Opere e nei successivi interrogatori». La storia dell’incrocio di intercettazioni tra Catanzaro e Caltanissetta è stata così raccontata nelle memorie difensive di Genchi depositate alla Procura di Roma. Perché questa vicenda ha un finale sorprendente.

Arriva il copasir

De Magistris, allontanato da Catanzaro, aveva raccontato ai magistrati di Salerno che il centro delle sue investigazioni si era spostato sul mondo di FinMeccanica, del quale aveva già indagato uno del cda nell’inchiesta Poseidon. E nel frattempo il lavoro di Genchi, dichiarato «inutilizzabile» dai nuovi titolari dell’inchiesta, era finito ai pm campani: un nutrito intreccio di chiamate tra politici, imprenditori e magistrati. Finì con la nota guerra tra Procure e il defenestrazione di tre pm di Salerno. Berlusconi disse che Genchi aveva intercettato 350mila persone. E il consulente fu così convocato dal Copasir presieduto dallo stesso Rutelli. Da lì venne indagato a Roma per aver acquisito utenze di parlamentari. Filotto. Continua Genchi: «Per quanto l’amico di Carducci, Settembrino Nebbioso, non fosse inquisito in Why Not, essendo lui un pm di Roma, ritenni che quella Procura non potesse occuparsi di me. Perciò ho depositato la vicenda nelle memorie. È certo che non potesse indagarmi chi mi sequestrò l’archivio. E cioè Achille Toro che, all’epoca in cui Why Not indagò Prodi e Mastella, era capo di gabinetto al ministero dei Trasporti e suo figlio Stefano era tra i consulenti del ministro Mastella». Nell’archivio di Genchi sulle inchieste calabresi, da quanto emerge nelle memorie difensive, il nome di Toro ricorreva più volte: c’erano le sue conversazioni con il magistrato Vincenzo Barbieri in un’informativa stilata dalla squadra mobile di Potenza a carico di quest’ultimo. E c’erano i suoi numerosi contatti del 2005 con Giancarlo Elia Valori, di cui erano stati acquisiti i tabulati. Riguardavano il periodo delle scalate bancarie, quando Toro aveva aperto il procedimento parallelo a quello di Milano. Negli stessi giorni in cui Toro si sentiva con Elia Valori quest’ultimo era in contatto con diversi dei protagonisti delle stesse scalate, da Caltagirone a Gavio a Ricucci, fino a politici come Nicola Latorre. E a generali della finanza, quella finanza che coordinava proprio le indagini sulle scalate. «Mi apprestavo a relazionare — ricorda Genchi — ma mi sequestrarono i dati». Non solo quelli: Toro sequestrò tutto. Compresi i dati che riguardavano lui. E i dati dell’indagine che Genchi stava svolgendo per conto della Procura di Roma: «Quella del procuratore aggiunto Giancarlo Capaldo che vede al centro Fastweb, Telecom Sparkle e Nicola di Girolamo ». Oltre alla Digint, 49 per cento di Finmeccanica e 51 di una società dietro alla quale starebbe, per gli inquirenti, Gennaro Mokbel. Toro gli ha sequestrato tutto. Compresi i dati dell’ingegnere Mario Fecarotta. Altro uomo che appare nelle intercettazioni dell’inchiesta sulla Protezione Civile mentre dice ad Antonio di Nardo— il funzionario del ministero considerato dal Ros in rapporti coi Casalesi — di essere entrato a Palazzo Chigi. Fecarotta fu arrestato nel 2002 insieme al figlio di Totò Riina. Analizzandone il pc, Genchi aveva trovato una sua lettera in cui scriveva dei disagi dei detenuti dell’Ucciardone. Recitava così: «Caro Francesco, apprezzandoti come amico, come cugino e come sindaco di Roma, ti invio queste fotocopie per farti capire quello che ho subito e chi è tuo cugino Mario che ti vuole sempre bene e ti abbraccia con grandissimo affetto insieme a Barbara, la famiglia e tutti». Destinatario era Francesco Rutelli. Che tenne a precisare: «Cugino di mio cognato».

Tratto da IL, l'inserto de " Il Sole 24 Ore"

giovedì 11 marzo 2010

"G8, Ferrara e Toro ordinarono di non fare intercettazioni"

Tre verbali a conferma di quanto accaduto a Piazzale Clodio. "Motivi di opportunità politica". Così la procura di Roma si spaccò


ROMA - Agli appalti truccati del G8 della Maddalena, al nocciolo duro della "cricca" - Angelo Balducci, Mauro Della Giovampaola, Diego Anemone - i carabinieri del Noe e il sostituto procuratore della Repubblica di Roma Assunta Cocomello erano arrivati per tempo, nell'autunno del 2008. Ma l'indagine - come ricostruito da "Repubblica" il 26 febbraio scorso - venne addormentata dal procuratore capo Giovanni Ferrara e dal suo aggiunto Achille Toro per ragioni di "prudenza" e "opportunità politica". Ebbene, ora, a confermare e documentare quanto accaduto negli uffici di piazzale Clodio sono tre verbali di testimonianza raccolti il 16 febbraio scorso dai magistrati di Perugia e depositati al Tribunale del Riesame. A parlare sono il capitano Pasquale Starace e il tenente Francesco Ceccaroni del Noe, il sostituto procuratore di Roma Assunta Cocomello. Ecco il loro racconto.


Buste di ringraziamento. Ricorda Pasquale Starace: "Nell'ambito di un'indagine condotta dalla procura della Repubblica di Nuoro con delega al Noe di Sassari, venne redatta il 5 giugno del 2008 un'informativa in cui si faceva riferimento ad intercettazioni telefoniche che coinvolgevano due imprenditori sardi in contatto con tale Angelo Balducci. In queste conversazioni si parlava di "appalti e di buste", una delle quali era definita "di ringraziamento". Un altro soggetto, citato nelle conversazioni con il solo nome "Ingegner Mauro" (Della Giovampaola, ndr), sembrava suscettibile di interesse investigativo. Gli atti furono trasmessi alla Procura di Roma dalla Procura di Nuoro e per questo motivo fummo convocati dal sostituto della Procura di Roma, dottoressa Cocomello. (...) Il 15 gennaio 2009, nel depositare l'informativa, chiedemmo intercettazioni telefoniche. Il 29 gennaio esaudimmo la richiesta di indagini. Il 10 febbraio sollecitammo un incontro con la Cocomello, rappresentando l'importanza dell'indagine".

Esclusi i carabinieri. Ma qui accade qualcosa che disturba l'ufficiale. Le intercettazioni non vengono concesse. La delega per le indagini passa alla Guardia di Finanza. "I motivi di sorpresa per il mancato accoglimento della nostra richiesta (di intercettazioni, ndr) secondo me esulavano dalla fisiologica dialettica della Autorità Giudiziaria con la Polizia Giudiziaria ed erano rappresentati sostanzialmente dal fatto che il magistrato titolare delle indagini (la Cocomello) concordasse con noi sulla bontà degli elementi raccolti ma che gli esiti da noi richiesti non venivano adottati per dei contrasti con il procuratore capo Ferrara ed il procuratore aggiunto Toro, i quali formulavano obiezioni di "opportunità politica" e non di discrezionalità giudiziaria. Del tutto sorprendente mi sembrava inoltre l'intenzione di affidare le indagini alla Guardia di Finanza, perché non comprendevo le ragioni di cambiare la polizia giudiziaria delegata".

Accade dell'altro. Il 3 marzo 2009, il capitano Starace, il tenente Francesco Ceccaroni, il maresciallo Catalano, vengono accompagnati dalla Cocomello nell'ufficio del procuratore aggiunto Achille Toro per "un colloquio diretto". "Toro ci manifestò le sue perplessità sulle ipotesi delittuose prospettate (la corruzione, ndr) in quanto, a suo parere, si era più in presenza di un reato di abuso di ufficio da cui poteva, al massimo, conseguire una richiesta di interdizione dai pubblici uffici".

Il tenente Francesco Ceccaroni conferma la ricostruzione del suo capitano e aggiunge un dettaglio significativo. "La mia impressione fu quella che la Cocomello fosse in dissenso sia sulle valutazioni giuridiche, sia sulle considerazioni di natura politica di Ferrara e Toro".

"Niente intercettazioni". Le impressioni del tenente sono corrette. Alla Cocomello, che nel settembre del 2008, ha formalizzato l'inchiesta sugli appalti del G8 nata dall'informativa del Noe con l'iscrizione segretata al registro degli indagati dei nomi di Balducci, Anemone e Della Giovampaola, viene chiesto per quanto concerne quel fascicolo di "riferire prima di ogni atto al procuratore Ferrara".

"Riferivo al procuratore quanto meno per concordare le linee generali dell'indagine - ricorda la Cocomello - Successivamente invece riferivo principalmente all'aggiunto (Toro, ndr)". Ed è lui - aggiunge - che la sollecita a togliere la delega di indagine al Noe per affidarla alla Guardia di Finanza, data la "complessità dell'indagine". Toro muove anche delle obiezioni. "Io, sin dall'inizio, ritenevo necessaria un'attività di intercettazione telefonica, ma Toro riteneva non sussistenti elementi a sostegno dell'ipotesi investigativa". È pur vero - chiosa la Cocomello - che l'ufficio gip di Roma è molto rigoroso nel concedere le intercettazioni. Ma, a ben vedere, non è questa la ragione della prudenza che ispira le mosse dell'aggiunto e dello stesso procuratore.
"Ferrara e Toro segnalavano la necessità di individuare il passaggio di somme di denaro per supportare la sussistenza di indizi (di corruzione, ndr). Al massimo individuavano elementi per ipotizzare un abuso d'ufficio. Ferrara (non ricordo se direttamente o tramite Toro) mi ha anche responsabilizzato in ordine alla delicatezza dell'indagine, in relazione ad un'eventuale fuga di notizie in pieno G8, a fronte dell'esistenza di ipotesi di reato che, a parere dell'Ufficio, non erano ancora sufficientemente delineate".

È un fatto che neppure nel gennaio di quest'anno, a G8 ampiamente archiviato, l'atteggiamento di Ferrara e Toro cambia. La Guardia di Finanza, in quel momento, lavorando su due segnalazioni di operazioni sospette su società del Gruppo Anemone ha consegnato alla Cocomello e al pm che le è stato nel frattempo affiancato (Sergio Colaiocco) elementi sufficienti a ipotizzare due nuovi reati - "associazione per delinquere e riciclaggio" - e a rendere non più rinviabili le intercettazioni telefoniche. Ferrara e Toro frenano ancora.

"Il 29 gennaio scorso - ricorda la Cocomello - io e Colaiocco ci riunimmo con Ferrara e Toro. In quella circostanza, Toro disse che a suo parere le indagini andavano condotte sui documenti e non sul contenuto di intercettazioni telefoniche. Di fronte a queste obiezioni, ribadii con forza la mia opinione sull'assoluta indispensabilità delle intercettazioni. Nella richiesta di intercettazione erano indicati tutti i soggetti iscritti alla data del 28/01/2010. Ma la nostra richiesta di intercettazione venne ritenuta comunque "debole" dal capo (Ferrara) e dall'aggiunto (Toro) con particolare riferimento all'indagato Della Giovampaola, così che io e il collega Colaiocco, convenendo che quella posizione fosse effettivamente la più debole, depennammo quel nome".

Quel che accade dopo il 29 gennaio è noto (arriveranno gli arresti, Roma non avrà tempo di intercettare nessuno). Tranne un particolare, sin qui inedito. Luca Turco, uno dei pm di Firenze, pochi giorni prima degli arresti del 10 febbraio, incontra a Roma la Cocomello e Colaiocco in quello che dovrebbe essere un incontro di "coordinamento investigativo" che mai vedrà la luce. Ricorda la Cocomello: "Turco ci invitò a non eseguire perquisizioni e ci comunicò che la Procura aveva formulato una richiesta di custodia cautelare per reati di nostra competenza. Non ci comunicò i nominativi e noi non insistemmo".

Carlo Bonini (la Repubblica, 11 marzo 2010)

Massimo Ciancimino: "Ho dato un volto a faccia da mostro"

Massimo Ciancimino racconta, quasi vent’anni dopo, i rapporti del padre con pezzi di Stato negli anni delle stragi mafiose

“L’anomalia di Palermo, oggi, sono io, uno che parla”. Massimo Ciancimino, un ragazzone che nasconde con difficoltà i suoi 47 anni, scuote da diverso tempo i piani alti dei palazzi del potere. A Palermo come a Roma. E che ha visto da vicino le gesta di papà, Don Vito. Plenipotenziario della Democrazia cristiana a Palermo. Punto di riferimento, secondo quella che è ormai una verità storica e giudiziaria, per la mafia del capoluogo che ingaggiò, perdendola, una guerra, che non voleva, contro i sanguinari ed avidi “viddani” capeggiati da Totò Riina. Fu Vito Ciancimino, il sindaco del “sacco” edilizio di Palermo, a caricarsi sul groppone il peso di una trattativa aperta proprio col fronte stragista di Cosa Nostra per conto di uno Stato che tra il 1992 ed il 1993 non riusciva a stare a galla, né a recuperare credibilità nei cittadini. Provenzano sarebbe stato l’interlocutore privilegiato. Il personaggio più ragionevole e meno sfrontato di Totò Riina che nel “papello”, fatto recapitare – proprio tramite Don Vito – a vertici investigativi del Ros dei Carabinieri che a loro volta informavano i piani alti del Viminale e di Via Arenula.


Questa è almeno la ricostruzione che, a distanza di quasi vent’anni, il figlio di Vito Ciancimino, Massimo, propone ai giudici di Palermo nell’ambito del processo proprio contro l’ex capo del Ros e, più di recente del Sisde, Mario Mori. La sua accusa è quella di favoreggiamento aggravato nei confronti di Bernardo Provenzano negli anni della sua latitanza. Nel 1996 era possibile catturarlo. Si sapeva dove si trovava e bastava l’ordine di procedere. Quell’ordine non arrivò mai e Provenzano mantenne il timone di Cosa Nostra, amministrando economia e giustizia in Sicilia, attraverso i famosi “pizzini” fino al 2006, anno della cattura. Dieci anni dopo. E la mancata cattura, secondo Ciancimino, fu un prezzo da pagare proprio per le informazioni che Provenzano offrì per consentire la cattura di Totò Riina. Un arresto sulle cui modalità un altro processo, contro il capitano del Ros Sergio De Caprio, ha stabilito – col sigilllo della Cassazione – che la mancata perquisizione del covo non fu una “cortesia” per Riina. Ma un evento fortuito, del quale “Ultimo” non va considerato responsabile.

Massimo Ciancimino oggi è un collaboratore determinante per almeno tre Procure italiane. Quella di Palermo, quella di Caltanissetta e quella di Firenze che indagano su un altro filone incandescente: i mandanti occulti delle stragi del ’92 e del ’93 e la trattativa “Stato-mafia” della quale il padre, Don Vito, fu protagonista. Il figlio di Don Vito assisteva agli incontri, ascoltava i dialoghi, ha fatto l’ambasciatore, ma, soprattutto, ha messo le mani su quel che rimane degli appunti dell’ex sindaco di Palermo. Gli stessi su cui comparirebbero i nomi di Silvio Berlusconi e Marcello Dell’Utri. I padri del partito-azienda “Forza Italia” che proprio in Sicilia attecchì con velocità portentosa e sempre nella Sicilia trova un prezioso serbatoio di voti. E Ciancimino ha visto “almeno un paio di volte” faccia da mostro. Ammesso che ce ne sia uno soltanto. Quell’uomo misterioso che diversi testimoni hanno incrociato nei luoghi che hanno segnato la storia recente d’Italia. Fu visto in via D’Amelio il giorno dell’eccidio del giudice Paolo Borsellino e della sua scorta. Passare su un’autovettura nei pressi della villa all’Addaura usata da Giovanni Falcone come residenza estiva, quando fu rinvenuto un borsone imbottito di esplosivo ad alto potenziale poco prima che incontrasse due magistrati svizzeri coi quali collaborava.

Un volto sfigurato, dall’aspetto rivoltante. Una faccia brutta da guardare che rimaneva impressa nella memoria di chi lo incrociava. Braccio operativo dei servizi segreti a Palermo, secondo qualcuno; un semplice faccendiere con le mani in pasta, secondo altri. Ma che negli anni ’80 aveva contatti col sindaco di Palermo, Vito Ciancimino, è confermato anche dal figlio Massimo. Raggiunto telefonicamente da Il Punto, Ciancimino spiega di “poter rivelare, al momento, solo poche informazioni” perché su questo tema (il coinvolgimento dei servizi nelle stragi e nella trattativa, ndr) indaga la Procura di Caltanissetta. “Per quel che ricordo io – spiega – potrebbe essere un funzionario regionale ed in questo caso ho bene in mente la sua identità, ma non posso dire di chi si tratta. Di certo non una personalità di alto livello. Non come il signor Franco”. Franco, certo, quel nome, alternato ad un altro, Carlo, che coincide, con un pezzo da novanta dell’intelligence di casa nostra, vicinissimo a Don Vito finché rimasto in vita e, successivamente, al fianco di Massimo Ciancimino. Potrebbero essere due gli uomini col volto sfregiato, da un ferita o da una deformazione congenita, ricordati come “faccia da mostro”.

“Sono già stato sottoposto ad un riconoscimento fotografico dalla procura di Caltanissetta – racconta Ciancimino – con esito positivo, gli inquirenti sanno”. Si vedeva con Don Vito, questo è certo, perché – continua Ciancimino – “aveva un ruolo importante nell’amministrazione regionale”. Di cosa parlassero, però, non è dato sapere. “Io non posso dire di più” – è secco Ciancimino - che poi torna sul signor Franco. Franco o Carlo? “Si tratta della stessa persona. Io lo chiamavo Franco, ma mio padre a volte lo chiamava Carlo. Un livello molto più alto di quello che lei definisce mostro”. Che forse però ebbe una stretta relazione, collaborazione, o solo un confidente, con Bruno Contrada. Il “mostro” di cui lei ricorda sapeva, ad esempio, della trattativa condotta da suo padre? “No, no. Mio padre… sapeva anche delle sue…” Rapporti col Sisde? “Forse, ma lo consultava per altri motivi”. Ad esempio? “Non posso dirglielo, ma questa persona aveva un ruolo molto importante all’interno dell’amministrazione regionale”.
Però “l’ho visto parlare una volta a casa mia col signor Franco”. Di agenti del Sisde come il signor Franco, suo padre, ne incontrava tanti? “No, ma – aggiunge – non credo che il signor Franco fosse un semplice agente, assolutamente. Apparteneva ad un livello certamente superiore”.

Il mostro, invece, forse non è più vivo. “Si dice che potesse essere morto, ma non lo so. Dalla foto che ho visto non saprei immaginare la data a cui risale”. Invece, quasi sicuramente, è ancora vivo ed operativo il signor Franco. Quell’uomo un po’ consigliere e un po’ burattinaio di secondo livello di Vito Ciancimino pronto ad assistere anche il figlio, Massimo. Finché questi non ha deciso di vuotare il sacco e raccontare tutto quello che sa o ricorda. C’è da fidarsi? “Io racconto quello che ho sentito dire a mio padre e ho consegnato documenti che erano in possesso di mio padre. Poi sarà compito dei magistrati stabilire se quello che dico è vero oppure no”. E lui, che si definisce l’anomalia palermitana, continua a domandarsi: “Perché si discute del perché io parlo, dopo 17 anni, e non della gente che sa e ha perso improvvisamente la memoria?”


Antonino Monteleone (www.ilpuntontc.it, 11 marzo 2010)

lunedì 7 settembre 2009

Intervista al Dr. Alfonso Sabella

la trascrizione integrale dell'intervista rilasciata il 22 luglio 2009 dal dott. Alfonso Sabella ai curatori del BLOG Lapillolarossa. Il dott. Sabella, già membro del pool antimafia guidato dal dott. Giancarlo Caselli negli anni novanta a Palermo, rilascia delle dichiarazioni molto significative sulla trattativa intercorsa tra Cosa nostra e pezzi dello Stato a partire dalla stagione delle stragi del 1992 ed evidenzia quali possano essere i limiti della sola azione penale nell'individuazione dei mandanti ed esecutori di quelle stragi.

Giornalista: Buonasera Dr. Sabella e grazie per la disponibilità che ci sta dando.
Dr. Sabella: Buonasera.
Giornalista: Allora, parliamo di quello che sta accadendo in questo momento nei processi contro la mafia. Riina dopo anni di silenzio si mette a parlare. Lei di quello che sta dicendo Riina cosa pensa?
Dr. Sabella: Guardi io di quello che dicono i mafiosi mi interessa poco o nulla perchè normalmente quando dicono qualcosa hanno un secondo fine e non bisogna mai fermarsi alle parole che dicono ma bisognerebbe cercare di capire dove vogliono arrivare. E' chiaro che Riina che si tira fuori dalla strage di via D'Amelio e accusa altri di averla eseguita è una vera e propria boutade perchè decisamente non possono esserci dubbi sul fatto che gli esecutori materiali di quella strage siano stati mafiosi e che quella strage avesse comunque una forte componente mafiosa. Poi se in quella strage si sono sommati altri interessi è un discorso che probabilmente la magistratura avrebbe dovuto accertare, ma sappiamo perfettamente come nel nostro paese le indagini su questo tipo di delitti raramente riescono ad andare al di là di quelli che sono gli esecutori materiali. Per quanto riguarda invece quello che sta emergendo negli ultimi giorni direi che non c'è assolutamente nulla di nuovo, sono cose che almeno sul piano personale io sapevo già almeno dall'agosto 1997. Sono cose insomma sostanzialmente, assolutamente non nuove. Non c'è nessuna novità, se non che ci sono le dichiarazioni di Spatuzza che vanno a confermare quelle che erano nostre, almeno mie intuizioni investigative. Posso solo far presente che nel libro che ho pubblicato, "Cacciatore di mafiosi", avevo subito segnalato in epoca, tra virgolette "non sospetta" che gli esecutori materiali della strage di via D'Amelio che la Magistratura, che la Suprema Corte di Cassazione aveva indicato nel gruppo di fuoco della Guadagna o di Santa Maria di Gesù diretto da Pietro Aglieri, invece a mio giudizio erano estranei a quella strage perchè era una strage che andava ricondotta a persone molto più legate a Salvatore Riina, quale erano i Graviano di Brancaccio, gruppo di cui faceva parte appunto Spatuzza.

Giornalista: Poi c'è questa famosa lettera ritrovata dopo anni in un cassetto dove c'è scritto che la mafia chiedeva all'Onorevole Berlusconi una televisione in cambio di tranquillità, di questa cosa...
Dr. Sabella: Guardi io qua sopra so poco o nulla perchè sono delle cose nuove, devo dire però delle cose nuove, delle acquisizioni probatorie nuove. Devo dire che già negli anni in cui ero a Palermo c'era un filone di indagini che andava in questa direzione nel senso che, di una possibilità, di una richiesta di Cosa Nostra di avere un contatto con l'Onorevole Berlusconi, con Forza Italia nel momento famoso della discesa in campo, parlarono diversi collaboratori di giustizia. Devo dire che le nostre indagini, ed è corretto dirlo, si sono arrestate alla richiesta, non abbiamo all'epoca almeno, non abbiamo avuto nessun tipo di riscontri, non abbiamo una risposta che sia arrivata. Sapevamo però che da parte di Cosa Nostra era scattato questo contatto ma era assolutamente naturale perchè se andiamo a vedere qual'era il cima politico in quel momento, clima di disfacimento dei vecchi partiti politici, Cosa Nostra aveva bisogno di creare nuovi referenti politici. Tant'è vero che, e lo abbiamo accertato, in un momento di vuoto cerca addirittura di fondar se stessa un partito, che è Sicilia Libera, ed inserire uomini direttamente suoi in Parlamento voltando quello che era stato il rapporto tradizionale tra mafia e politica. Evidentemente questa cosa di Sicilia libera non andò in porto. Quindi è ampiamente verosimile, anzi sarebbe impensabile che non fosse avvenuto che Cosa Nostra in quel momento abbia cercato altre sponde politiche ed è possibile che una di queste sia stata, l'abbia ricercato nel nuovo partito che si affacciava all'orizzonte politico italiano che era Forza Italia.

Giornalista: Ma guardi su quella lettera c'è scritto Onorevole Berlusconi quindi due son le possibilità: o la lettera è stata scritta quando Berlusconi era già stato eletto oppure era un elezione presunta quella, no?
Dr. Sabella: Beh insomma, realisticamente nel momento in cui Silvio Berlusconi si candidava era assolutamente fattibile che sarebbe stato eletto come Onorevole in Parlamento. Quindi la cosa non sconvolge più di tanto. Sicuramente quella lettera va datata in un periodo immediatamente successivo alla discesa in campo di Berlusconi o immediatamente successiva alle elezioni, insomma questo mi pare abbastanza intuibile. Però è possibile anche che lo abbiano chiamato Onorevole, le faccio un esempio: io da quando sono al liceo, essendo figlio di avvocati vengo chiamato avvocato. Poi alla fine l'avvocato l'ho fatto un paio d'anni, ma ancora oggi al paese mi chiamano avvocato, insomma.

Giornalista: Certo, capisco cosa vuole dire. Sicuramente la cosa più brutta è che è rimasta nel cassetto per anni questa cosa. Pare che addirittura all'epoca dei rilievi i carabinieri abbiano annotato l'esistenza di questa lettera ma che poi nessuno abbia approfondito la cosa...
Dr. Sabella: Guardi non mi faccia far polemiche nei confronti dei miei colleghi, anche perchè non le meritano perchè per quello che li conosco io sono dei colleghi abbastanza seri e soprattutto molto, molto preparati. Io non so che cosa sia successo, certamente una riflessione va fatta. La riflessione è che purtroppo la magistratura ha dei limiti e il nostro paese potrebbe avere un interesse a sapere delle notizie che però non sono strettamente connesse con fatti di reato. Quello che è mancato nel nostro paese non è stata l'azione, mi scusi lei fa sostanzialmente il giornalista, non è stata l'azione dei magistrati ma è stata l'azione dei giornalisti e degli storici. Nel senso che tante cose, come le ultime notizie che sono emerse nei giornali, ma che noi magistrati conoscevamo, glielo ripeto, già 12 anni fa, almeno a partire dall'agosto del 1997. Tutta questa vicenda era per noi assolutamente chiara. Questa vicenda qua potrebbe non avere per noi nessun rilievo di carattere penale bensì avere dei rilievi di carattere, tra virgolette "morale, politico e storico". Quello che è mancato è stato qualcuno che abbia, si sia passato il tempo di andare a fare una ricostruzione storica di quegli anni. Perchè non ci sono solo responsabilità penali nel nostro paese, ci sono anche altri tipi di responsabilità. Il nostro purtroppo, da questo punto di vista non è un paese particolarmente maturo, insomma. A differenza degli Stati Uniti d'America, che non è che ami particolarmente, ma che da questo punto di vista sono decisamente molto più avanti di noi.

Giornalista: Certo. Da noi le responsabilità non penali a volte vengono concepite come nulla talvolta, come se non fossero responsabilità. Mentre molto spesso sono pesantissime responsabilità politiche.
Dr. Sabella: Potrebbero essere addirittura molto più gravi di quelle penali, tra virgolette. Vede, in tutta questa vicenda la magistratura, secondo me, se si ferma a questo, a questi discorsi che sono stati pubblicati sui giornali, devo dire che a mio giudizio c'è ben molto, molto di più. Io adesso non faccio più quel lavoro (magistrato inquirente, ndr) e non per mia scelta ma diciamo perchè per un momento mi sono infilato in mezzo alla trattativa che ho bloccato e quindi ho pagato sul piano personale questa vicenda, ma l'ho pagata molto caramente. Ma devo dire la verità, mi posso guardare in faccia tranquillamente allo specchio la mattina e non devo niente a nessuno, non sono iscritto alle correnti della magistratura, sono assolutamente autonomo e sono felice di esserlo.

Giornalista: Di che trattativa parla?
Dr. Sabella: La trattativa che c'è stata tra lo Stato e Cosa Nostra.
Giornalista: Ah, okay, okay.
Dr. Sabella: E che questa trattativa sia andata avanti per anni è una cosa assolutamente pacifica. Quali poi che siano gli sviluppi, quali siano state le risposte, ma che comunque da parte di qualche organo dello stato non ci sia mai stata un'interruzione forte della trattativa e che Cosa Nostra abbia posto in essere qualche attentato al fine di agevolare o comunque al fine di alzare il prezzo di questa trattativa io lo do assolutamente per scontato e sono pronto anche a dimostrarlo laddove dovesse essere necessario. Io dico che questa trattativa ha avuto vari sviluppi, ha avuto varie evoluzioni storiche, l'ultimo pezzo di questa trattativa di cui io sono a conoscenza riguarda verosimilmente un tentativo di trattativa di Cosa Nostra con pezzi dello Stato al fine di ottenere la dissociazione. Io mi sono imbattuto in questo pezzo di trattativa, ritengo d'averla bloccata, ritengo di essere stato io ad averla bloccata, sia quando ero al dipartimento amministrazione penitenziaria in due distinte occasioni. Nella seconda occasione, il giorno dopo che ho bloccato e che ho rilevato questa trattativa, il mio ufficio è stato soppresso e io sono stato mandato a disposizione del Consiglio Superiore della Magistratura e devo dire la verità: il Consiglio Superiore della Magistratura non m'ha nemmeno trovato un posto a Roma perchè per me non ci potevano essere posti a Roma e mi hanno spedito a Firenze anche se all'indomani poi che mi mandano a Firenze, a Roma spuntano stranamente due posti, giusto giusto l'indomani a quelli che io scelgo. Fino a quel momento quando sceglievo io non c'erano posti. Ma lasciamo perdere questa vicenda perchè non voglio, glielo ripeto, non voglio far polemiche. Quello su cui invece bisogna interrogarsi è un discorso molto più complesso e riguarda il fatto che questo che è emerso potrebbe al massimo portare al rilievo di alcune fattispecie di reato di minima entità, qualche falso in atto pubblico, qualche abuso d'ufficio, reati tra l'altro, ampiamente prescritti visto che siamo nel 2009 e questi fatti risalgono a 17 anni fa. Il problema è, bisognerebbe vedere, bisognerebbe che gli storici, i politici ed i giornalisti andassero a ricostruire, se ne hanno voglia, quelle realtà. Però le dico anche una cosa, sono realtà che per quello che so io possono essere scomode per varie parti politiche del nostro paese, quindi le posso dire che nessuno ha interesse a tirarle fuori e il fatto che verità conosciute dalla procura di Palermo, da magistrati della procura di Palermo almeno, già 12 anni fa, vengono rivelate solo adesso, a distanza di 12 anni, dà la misura di quello che è l'interesse del nostro paese a conoscere quella verità. Credo che sia una verità, glielo assicuro, che nessuno vuole conoscere e forse è meglio che rimanga sconosciuta. Probabilmente è anche giusto così, non è compito della Magistratura.

Giornalista: Su questo sono d'accordo con lei, la Magistratura deve solo stabilire la verità giuridica poi...
Dr. Sabella: Ma laddove ci sono, come dite voi giornalisti, reati penali cioè fattispecie - i reati sono tutti penali - dove ci sono fattispecie di illecito penale. In questa vicenda è verosimile che ci possano essere responsabilità morali, non penalmente rilevanti nella strage di via D'Amelio, ma non responsabilità penali. Questa è la cosa, almeno credo che sia l'idea di fondo perchè probabilmente è difficile andare a ipotizzare che certe persone, il cui nome è apparso sui giornali in questi giorni, siano stati i mandanti della strage di via D'amelio. Probabilmente con il loro comportamento potrebbero aver determinato la mafia a commettere quella strage. E quindi capirà che la cosa è molto diversa. Sul piano della responsabilità penale significa zero, sul piano della responsabilità morale, politica e amministrativa a seconda dei casi, invece ha dei rilievi enormi e anche sul piano di ristabilire la verità storica. E le ripeto, quello che c'è sui giornali in questi giorni, e le posso dire una cosa, anche le stesse dichiarazioni di Riina non sono assolutamente nuove a quello che, almeno parlo per me, io già sapevo 12 anni fa. Anche le dichiarazioni di Riina, perchè le dichiarazioni di Riina non sono per niente, a mio giudizio, diverse da quelle che fece Giovanni Brusca deponendo al processo per le stragi nel '93 nell'aula bunker di Firenze quando disse, gli scappò una frase che poi spiegò: "Noi nel commettere le stragi del '93 siamo stati pilotati dai carabinieri". Brusca non voleva dire che sono stati i carabinieri a far fare le stragi ma è un messaggio assolutamente analogo a quello che Riina manda adesso. Secondo me con la mafia non c'è spazio per andare a nessun tipo di trattative e a nessun tipo di rapporto. La mafia si combatte e si affronta e questo paese ha dimostrato che quando l'ha voluto combattere e affrontare, anche quando metteva le bombe nella Galleria degli Uffizi, anche quando aveva fatto saltare Falcone e Borsellino, anche quando metteva le bombe alla Galleria d'arte moderna a Milano, alla chiesa di San Giorgio al Velabro, di San Giovanni in Laterano a Roma e abbiamo voluta sconfiggerla ci siamo riusciti, poi chiaramente ci siamo fermati. Ci siamo fermati perchè, ecco lo posso dire, abbiamo fatto l'errore di voler accertare altri tipi di responsabilità diverse da quelle strettamente militari di Cosa Nostra. E a quel punto probabilmente quella verità nessuno voleva sapere e forse era scomodo. Adesso lo dirò con amarezza, però le posso assicurare che negli anni in cui io lavoravo a Palermo e pigliavo un latitante dietro l'altro, e trovavo un arsenale dietro l'altro e scoprivo gli omicidi in tempo reale e non abbiamo lasciato un solo omicidio di mafia, uno che sia uno, impunito, in quegli anni c'era un supporto da parte dello Stato su questo problema che era incredibile. E quando lo Stato fa sul serio vince la mafia, come ha vinto il terrorismo, come ha vinto il brigantaggio, come ha vinto tutti i fenomeni di criminalità organizzata nel nostro paese quando l'ha voluto. Con la mafia purtroppo questo non è stato possibile perchè, glielo ripeto, noi magistrati probabilmente abbiamo fatto un errore, abbiamo pensato che quel supporto che dalla società civile e lo Stato dava era una specie di delega in bianco che ci consentiva di accertare anche altri tipi di responsabilità penali meno dirette di quelle militari ma a mio giudizio altrettanto gravi.

Giornalista: Si ho capito cosa intende. Ora le faccio un'ultima domanda: lei crede che il figlio di Ciancimino il papello ce lo farà avere?
Dr. Sabella: Il figlio di Ciancimino secondo me ha una prima versione del papello.
Giornalista: Quindi la prima versione quella... una bozza...
Dr. Sabella: Diciamo una prima versione del papello, io non so se ci sia stato un secondo papello. Diciamo che il figlio di Ciancimino potrebbe avere il papello, me lo faccia definire "di Riina." Una copia del papello "di Riina", non di altri papelli che probabilmente sono arrivati dopo, non del successivo accordo che poi è pervenuto tra pezzi dello Stato e pezzi della mafia.

Giornalista: Certo quelli si ha solamente l'idea che esistano ma non si ha... si conosce quello di Riina insomma...
Dr. Sabella: Il punto forte del papello di Riina - e qui però chiudiamo perchè ho detto fin troppo - il punto forte del papello di Riina era la revisione del maxiprocesso perchè lasciate stare gli aspetti etici quando si tratta di mafiosi,i mafiosi sono uomini come tutti gli altri e però sono dei criminali e sono assolutamente egoisti ed interessati esclusivamente al potere, al denaro e alla loro libertà personale. L'unica cosa che realmente interessava a Riina in quegli anni era la revisione del maxiprocesso perchè al maxiprocesso aveva preso l'ergastolo, non aveva preso cinque o sei anni di branda come soleva dire lui. Il punto forte del appello era la revisione del maxiprocesso e questo lo sapevamo benissimo. Era la richiesta principale che Cosa Nostra faceva allo Stato per far cessare le stragi e lo Stato che si muove per cercare di capire cosa sta succedendo dopo l'omicidio Lima e ancor di più dopo Falcone non è che sbaglia. Il problema è che probabilmente si è fatto qualche errore successivo che può aver anche determinato un'accelerazione in altre determinazioni di Cosa Nostra, può aver determinato qualche altro fatto grave commesso da Cosa Nostra.

Giornalista: Va bene. Guardi la ringrazio, è sempre gentilissimo...
Dr. Sabella: Si figuri.
Giornalista: Arrivederci.
Dr. Sabella: Arrivederla.

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Trascrizione a cura di Valentina Culcasi
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